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La nostra recensione: Due giorni, una notte

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La Crisi raccontata dai fratelli Dardenne con l'operaia Marion Cotillard

Crisi. Una parola ricorrente in questi anni, accompagnata quasi sempre dal tema del lavoro, di persone che si tolgono la vita perché rimasti senza un impiego.

Sandra (Marion Cotillard) è un’operaia di una piccola azienda che produce pannelli solari. È sposata con Manu (Fabrizio Rongione) e ha due figli. Entrata in depressione, per un lungo periodo si mette in malattia. Quando è pronta a riprendere il suo posto, ecco l’amara scoperta: i 16 operai dell’azienda hanno fatto un referendum e, di fronte alla possibilità di licenziare Sandra ed intascarsi un bonus economico che viene promesso loro dalla dirigenza, decidono di mettere alla porta la giovane operaia.

Disperata, Sandra convince il proprietario dello stabilimento a ripetere il lunedì (due giorni dopo) la votazione, sostenendo che il caporeparto abbia condizionato i suoi colleghi, paventando – nel caso in cui non avessero dimesso lei – la possibilità che qualcun’altro sarebbe stato comunque licenziato.

Ottenuto il via libera dal suo capo, Sandra comincia a girare per le case dei suoi colleghi. Il suo obiettivo è uno solo: non perdere il lavoro. Come reagiranno gli operai?

I fratelli Luc e Jean-Pierre Dardenne, dopo film come La promesse e Rosetta, tornano sul grande schermo con Due giorni, una notte per occuparsi nuovamente del mondo lavorativo.

Il fatto che le azioni si svolgano non in una grande multinazionale ma in una piccola realtà aziendale ci dà meglio l’idea di come funzioni “un’ecosistema” malsano dove, in assenza di rappresentanza sindacale, le decisioni che contano vengono prese dal “capo”

In questo caso però, la decisione sul futuro lavorativo di Sandra viene “derubricata” a una guerra tra poveri, dove ogni sintomo di solidarietà che ci può essere in una comunità lavorativa così piccola, scompare. Si guarda più ai propri interessi (in molti casi a ragion veduta, come ammette la stessa protagonista nel corso della pellicola).

La domanda che scorre preponderante nel film è proprio: il tuo prossimo, la persona con la quale lavori tutto il giorno, vale quanto i tuoi interessi e/o bisogni? Se hai difficoltà a pagare le bollette ti fa comodo un bonus. Davanti a te hai però chi sta per perdere il lavoro con una famiglia a carico. Quale parte di te prenderà il sopravvento?

I Dardenne ci rivolgono il quesito per far sì che noi spettatori ci immedesimiamo ancora di più in una realtà che tutto è fuorché lontana da noi, da ciò che possiamo vedere o sentire ogni giorno.

Sandra in questa vicenda è una donna che, nonostante sia presa da una disistima cocente e da una voglia irrefrenabile di piangere ad ogni piè sospinto, ci insegna a non darla vinta a chi ci vorrebbe a terra, disillusi. Nonostante qualche remora iniziale Sandra lotta per ciò che ritiene giusto, per un diritto fondamentale dell’individuo.

Se è vero che le nostre azioni parlano meglio di noi, allora Sandra, con la sua “lotta”, ci racconta meglio di chiunque altro, come scrisse Gandhi (e non è conformista ricordarlo): «La felicità non viene dal possedere un gran numero di cose, ma deriva dall’orgoglio del lavoro che si fa».

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