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Franco Micalizzi - Napoli Violenta
Napoli è una citta pericolosa...
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Napoli Violenta: un corso accelerato sulla cinematografia poliziesca italiana degli anni ´70.

Non è esagerato definire così questo piccolo tesoro di Umberto Lenzi, datato 1976.

Sarebbe fuori luogo parlare di capolavoro: nell´ambito dei “film di genere” non esistono opere così uniche, eccelse e di valore così alto da illuminare come un faro una schiera di proseliti che ne apprendono linguaggio e lo fanno proprio.

Il cinema di genere ha come chiave di comprensione quella del mosaico: nelle somiglianze del solco comune e nelle infinitesimali differenze reciproche, tutte le opere di un filone vanno a comporre un corpus che acquista senso, valore ed originalità nella sua interezza.

Napoli Violenta appartiene alla famiglia dei cosiddetti “poliziotteschi”: una definizione posteriore per un filone del genere italiano nato e diffusosi, con grande successo ad una velocità supersonica, attorno alla metà degli anni ´70: la proliferazione di infinite declinazioni di questo stile fu talmente virulenta da permettere solo molti anni dopo alla critica di assorbire l´esorbitante produzione e capirci qualcosa.

All´epoca, con la media di continue uscite nelle sale di nuove pellicole a cadenza praticamente continua, e gli stessi addetti ai lavori erano presi in un vortice produttivo vertiginoso.

Sceneggiatori e registi, identificata una serie di stilemi di sicura presa, battevano il clichet con solerzia e tra di loro parlavano semplicemente di “film con le Alfette”, le tipiche auto, sia della Polizia che dei delinquenti, oggetto di mille rutilanti inseguimenti.
La critica invece annaspava, tentando letture politiche ed interpretazioni ideologiche quantomeno superficiali o fuori luogo per narrazioni che, nella maggioranza dei casi, erano incentrate più sull´azione che su qualsiasi tipo di riflessione.

Napoli Violenta usciva subito dopo Roma Violenta di Franco Martinelli, ed era il secondo capitolo di una serie di film, sviluppatasi in itinere, definita la “Trilogia del commissario”: assieme all´ultimo tassello, Italia a mano armata, anche questo di Martinelli, le tre pellicole erano incentrate attorno alle vicende di una delle massime icone del filone poliziottesco, ovvero Maurizio Merli nelle vesti del commissario Betti.

Dei tre, questo capitolo partenopeo ha dalla sua un incredibile eclettismo che vede Lenzi sciorinare una serie di sfumature, schegge, trucchi del mestiere, furbizie ammiccanti e sprazzi geniali che ne fanno un bazar di stili, povero ma barocco, con pochi eguali e nel quale immergersi in apnea.

C´è la ultra-violenza urbana che cita Arancia Meccanica e si incunea come un brivido trasgressivo, mettendo in scena atti di sadismo ingiustificato contro i più deboli e gli indifesi, con contorno di sevizie e stupri.

Ci sono delle scene abbastanza efferate, che più che appartenere all´iper-realismo allucinato di Kubric sconfinano volontariamente nei territori dello splatter.

Decisamente cruda la scena di un rapinatore su un treno in corsa che uccide il suo ostaggio spappolandolo contro un convoglio proveniente in direzione opposta.
Altrettanto efferata quella di un poliziotto sotto copertura che viene smascherato e la cui testa viene sfracellata in maniera alquanto originale, utilizzandola come birillo su una pista da bowling che, all´impatto con una pesantissima palla svela tutta l´inadeguatezza della calotta cranica per un uso simile, con ovvie e cruente conseguenze macabre.

Personalmente ho poi sempre reputato favolosa e altrettanto spassosa la scena della ritorsione dei malviventi nei confronti di un altro agente infiltrato, al quale viene teso un agguato mentre è in moto, tendendo un filo da un lato all´altro della carreggiata lungo la quale corre indisturbato sulla sue due ruote, rimanendo incredibilmente decapitato.
La telefonata fatta in commissariato, con la quel viene rivendicato l´omicidio sghignazzando con accento napoletano che “l´agente ha perso la testa...” è un momento letteralmente indimenticabile.

Ci sono anche, a onor del vero, altri momenti ironici ma meno macabri che distendono la tensione del film e strizzano l´occhio alla sempreverde commedia all´italiana.

Ma soprattutto, c´è tanta, tantissima azione e questo fu probabilmente il dato vincente per la pellicola.

La natura morfologica e urbanistica di Napoli offriva uno splendido teatro naturale per gli inseguimenti tipici del genere poliziesco, ma Lenzi riesce a sfruttare questo patrimonio in maniera decisamente magistrale.

Innanzitutto ha risvolti spettacolari l´aver scelto le motociclette come mezzo preferito tanto dai cattivi che dai buoni, regalando una serie di corse mozzafiato, pieghe al limite e inquadrature in soggettiva del pilota tra vicoli e pendii che dona brividi sicuri allo spettatore.

Ma è quando uno di questi inseguimenti su due ruote continua a piedi che Napoli Violenta raggiunge una delle massime vette di adrenalina e spettacolarità delle immagini di tutto il filone del quale è degno rappresentante.
Una rincorsa a perdifiato nei meandri del mercato affollatissimo della Pigna Secca, il ventre di Napoli, culmina a bordo dei convogli della funicolare di Montesanto.
Ma mentre il rapinatore è nel vagone, all´inossidabile commissario le porte del mezzo si sono chiuse in faccia, costringendolo a saltare sul tetto del treno in corsa per acciuffarlo.
La leggenda vuole che Merli abbia girato questa scena senza controfigure, ma comunque sia andata ci troviamo di fronte a pochi minuti di fornte ai quali il Mel Gibson di Arma letale e lo Steven Segal di Trappola sulle montagne rocciose impallidiscono.

Infine, tra le mille sfumature di questo film, c´è la napoletanità: l´indefinibile genius loci partenopeo che pervade questa pellicola dona una sfumatura di colore molto diversa da quelle con cui sono permeate tutte le altre del genere, ambientate in altri contesti metropolitani, che da una singolare luce, ad esempio, alla vicenda drammatica ma quasi grottesca del bambino Gennarino, aggiungendo al film una spezia di sceneggiata napoletana che ne aumenta ancora di più il fascino.

La napoletanità è anche il fulcro dell´elemento che definitivamente staglia questo film tra i suoi pari: la colonna sonora di Franco Micalizzi.
Classe ´39, pur essendo romano ed avendo alle spalle una lunga sfilza di ottime musiche per film western, Micalizzi inaugurò con Napoli Violenta un capitolo ancora più rigoglioso della sua carriera nel campo dei polizieschi, riuscendo con questo esordio nella difficile fusione dei tratti tipici della musicalità partenopea con le orchestrazioni, le trame sonore e gli elementi distintivi delle soundtrack per Berette & Alfette.

Il risultato è davvero magistrale: il tema principale, Folk and violence, esemplifica l´approccio e la metodologia, mettendo assieme una frase insistita di basso sintetico ad altissima tensione, un orchestrazione di fiati in stile blaxploitation che trasuda inquietudine e maestosa cattiveria incombente ed una melodia di mandolini napoletana quanto una pizza.

Tira a´ rezza o piscatore chiama in causa il classico di Giuseppe de Stefano, affidato alla voce scura di Raul, sconosciuto cantore napoletano, con un arrangiamento ed una espressività che sembrano una copia carbone di ciò che gli Showman di Mario Musella e James Senese avevano realizzato alla fine degli anni ´60.

The Violent face, variazione sul tema di Folk and violence, insiste sullo stesso ardito matrimonio estetico, con il synth e l´orchestra stavolta incentrata sugli archi e colorata da un bel flauto, mentre Naples´ Alley fonde il tema principale con quello del tradizionale O´Guarracino, tutto a base di chitarre classiche e mandolini, e The Garage of the giant invece estromette dal tema i mandolini offrendo un tesissimo esempio di funk cinematico a base di fiati e trame sintetiche intrecciate.

Trap and death è una divagazione jazzistica pregna di cattiveria, Fire in the garage punta invece il riflettore sulla paura e la tensione, con le percussioni a contrappuntare gli svolazzi apocalittici dell´orchestra e The chase over the roofs offre l´ennesima variazione sul tema fondendo gli elementi di entrambe con l´aggiunta di un magnifico sax delirante in odore free-jazz.

Chiude il lotto A man before your time, tipico esempio di pop barocco italiano che imita quello britannico di qualche anno prima, ad opera dei Bulldog.
Band nata dalle ceneri dei Ping Pong, ne replicava il sound ed il destino di sfortunata unione di sessionman di alta qualità, che non riuscirono ad ottenere un grande successo sotto forma gruppo autonomo in entrambi i casi ma che si sarebbero rifatti, poco anni dopo, imponendosi in vesti solistiche nel campo della dance music.

“...Bentornato, signor commissario! Ma voi dovete essere prudente, vedete...Napoli è una città pericolosa, a non stare bene attenti! “



Tracklist:
1. Folk and Violence
2. Special Agents
3. During the Story
4. Folk Tarantella
5. After a Robbery
6. Tira a Rezza Oj Piscatore! (Raul)
7. Kidnapping
8. Man Before Your Time (Bulldog)
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